SAPEVATE CHE NEL RIONE MONTI ?

Dovete  sapere che in questo Rione  come in pochi altri posti al mondo, camminate sopra a più di duemila anni di storia: infatti Monti affonda le sue radici nei primi anni di vita della città, contraddistinguendosi da subito per il suo carattere popolare e verace. Qui si trovavano le più fatiscenti insulae di Roma, cioè case comuni dove il popolino viveva in condizioni molto disagiate e le vie erano anguste e strette e gli incendi si propagavano rapidamente.

Il nome di Monti all’epoca era Suburra, cioè sotto la città, intendendo per città tutta l’area dove si estendevano i fori. Era un quartiere malfamato e frequentato soprattutto da assassini, ladri e prostitute. È vero anche che qui vide la luce il grande Giulio Cesare: infatti la parte alta del quartiere sembra fosse una zona molto esclusiva dove i ricchi patrizi amavano costruire le loro sontuose domus.

Passarono i secoli e anche il quartiere mutò aspetto: alle vecchie case romane si sostituirono quelle medievali e poi i palazzi rinascimentali e così via, alle vecchie vie di comunicazione si affiancarono nuove strade e direttrici, sui templi pagani sorsero invece le nuove chiese

Per farci un’idea generale di Monti – così chiamato perché compreso tra i colli Esquilino, Viminale, Quirinale e Celio – possiamo iniziare la nostra passeggiata da Piazza della Suburra, che nemmeno a farlo apposta riprende il suo nome proprio dall’antica Roma. Imbocchiamo senza indugio Via Urbana, che segue l’antico tracciato del Vicus Patricius e che oggi si chiama così in onore di papa Urbano VIII.

Proseguiamo poi in Via degli Zingari, dove una targa commemorativa ci ricorda che in questo luogo durante la Seconda Guerra Mondiale vennero deportate numerose persone di nazionalità rom, sinti e camminanti. Giungiamo così in una delle piazze principali del rione, Piazza Madonna dei Monti, dove non troneggia la facciata di questa chiesa, ma il suo fianco sinistro.

Nella piazza invece, fa capolino tra i palazzetti un’altra chiesetta dedicata a Sergio e Bacco degli Ucraini. L’attenzione comunque è tutta per lei, la Fontana della Madonna dei Monti, che è lì al centro pronta ad ospitare le nostre stanche membra sui suoi gradini e costruita niente meno che da Giacomo della Porta, l’architetto di fontane più famoso al mondo.

Dopo aver riposato un po’ possiamo riprendere la nostra passeggiata e spingerci verso Via Baccina dove notiamo subito una delle tante “Madonnelle di Roma”, simbolo della forte devozione popolare. Alla Madonnella sono legati ben due miracoli: il primo narra che nonostante il gran caldo estivo dei gigli posti vicino all’edicola per onorare la Vergine non appassirono per giorni e giorni; l’altro invece racconta che durante l’invasione francese la Madonnina si mise a piangere lacrime amare.

Proseguendo su questa via incontriamo, oltre alla casa del grande Ettore Petrolini, attore e commediografo romano, anche un altro piccolo oratorio dedicato all’Addolorata. Senza indugio procediamo per Via di Sant’Agata dei Goti, che prende il nome proprio dalla chiesetta dedicata alla giovane martire di Catania. Da qui camminando lungo Via del Viminale giungiamo alla salita del Grillo, dove non può sfuggire alla vista il bel palazzo nobiliare. Questa infatti è la residenza del famoso Marchese del Grillo che è entrato nella storia per il suo umorismo pungente e per le sue trovate esilaranti.

Continuiamo lungo Via Madonna dei Monti, con i suoi caratteristici palazzetti, e poi Via Leonina, che non prende il nome da un gruppo di leoni residenti nella zona, ma probabilmente da un papa Leone… di cui però si è perso il numero!

Ad un certo punto della strada si apre una scalinata chiamata dei Borgia, roseguendo lungo la quale passiamo sotto ad un arco formato da un bel palazzo, che un tempo era appunto proprietà dei Borgia e dove Byron amava immaginare la bella Lucrezia affacciata con aria sognante… Byron caro, mi dispiace deluderti, ma Lucrezia qui non ci visse mai!

Lasciando da parte i sogni romantici ci accorgiamo che a metà scalinata sulla destra si trova un’insolita piazza dedicata a San Francesco da Paola, così come anche la chiesa ed il convento annesso. Prima di arrivare in cima alla salita guardatevi bene le spalle perché fu proprio qui che molti secoli or sono Tullia uccise suo padre Servio Tullio, il sesto re di Roma, investendolo con un carro. Infatti la salita è conosciuta anche con il nome di Vicus Scelleratus, da sempre meta ambita di assassini e malviventi.

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RICOSTRUZIONE INTERATTIVA DELLA ROMA IMPERIALE

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RICOSTRUZIONE IN 3D DELL’ANTICA ROMA

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il 29 aprile di ogni anno processione e  festa della Madonna dei Monti

I Monticiani sfilano per i vicoli del Rione Monti portando in spalla in segno di venerazione la Madonna dei Monti con la banda al seguito e i fedeli in preghiera negli anni 50 e 60 in via Leonna,via urbana,via Madonna dei Monti,via del Boschetto e cosi di vicolo in vicolo, venivano messe sui davanzali delle fnestre delle coperte nuove e contemporaneamente si accendevano i lumi a venerare la Madonna al suo passaggio

====================================================================================  VIA  BONELLA

E’ stata una via, oggi non più esistente, situata nel Rione Monti, che collegava il Foro Romano a Via Baccina. Le origini della strada risalgono al 1570 quando il Cardinale Michele Bonelli, nativo di Alessandria e noto per questo come l’Alessandrino, nipote di Papa San Pio V Ghislieri, promosse un intervento di riqualificazione del quartiere noto come dei Pantani, che occupava l’area dove oggi passa Via dei Fori Imperiali.
Nell’opera di riqualificazione e rinnovamento, sorsero due nuove strade che presero il loro nome dal Cardinale: Via Alessandrina e, appunto, Via Bonella. Il quartiere stesso, noto come quartiere dei Pantani, fu per questa ragione detto anche Alessandrino, ma non va confuso con l’omonimo attuale Quartiere Alessandrino.
Via Bonella, in realtà, ottenne questo nome alcuni anni dopo rispetto a Via Alessandrina, quando Papa Sisto V Peretti volle istituirla per condurre l’Acqua Felice al Campidoglio, e la volle dedicare al Cardinale Michele Bonelli. La strada sopravvisse ai mutamenti urbanistici che dopo l’Unità d’Italia coinvolsero alcune zone limitrofe: non fu toccata dal tracciato della nuova Via Cavour a partire dal 1873, né dalla costruzione dell’Altare della Patria a partire dal 1900.
Tuttavia, la vita di questa strada terminò tra il 1931 ed il 1933, quando fu abbattuta per lasciare spazio alla nuova Via dell’Impero, che dopo la caduta del Fascismo ha visto il proprio nome cambiare in Via dei Fori Imperiali.

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VIA ALESSANDRINA

Il progetto di scavo nell’area dei Fori Imperiali, iniziato nel 1995 con le indagini archeologiche nel Foro di Nerva, ha dato l’avvio alla realizzazione del più ampio Progetto Fori Imperiali, inserito nel Piano degli Interventi per il Giubileo e concretizzatosi con le indagini svolte tra il 1998 e il 2000 che hanno interessato ampi settori dei Fori di Cesare, Nerva e Pace ad ovest di via dei Fori Imperiali, e un consistente settore del Foro di Traiano compreso tra via dei Fori Imperiali e via Alessandrina (A: area in giallo). Solo successivamente, tra il 2004-6, lo scavo è stato esteso all’area triangolare tra le stesse vie, che ha interessato l’area del Foro di Augusto (A:in rosso). Il progetto ha prodotto una forte trasformazione urbanistica nell’area come già avevano fatto, nell’area della Basilica Ulpia, gli scavi napoleonici (1812-13) e quelli del 1924-1932, a cura del Governatorato fascista, che riportarono in luce gran parte del Foro di Cesare oltre ai settori orientali dei Fori di Augusto, di Nerva di Traiano. L’operazione fu possibile grazie alla demolizione di un intero quartiere nato nella seconda metà del XVI secolo: il quartiere alessandrino. IL QUARTIERE ALESSANDRINO E LA VIA ALESSANDRINA L’intervento urbanistico ebbe il suo principale artefice nel cardinale Michele Bonelli, nipote di Papa Pio V Ghislieri (1566-1572) e nato nella provincia di Alessandria (Bosco Marengo) nel 1541. Di qui la ragione dell’appellativo “Alessandrino” dato al quartiere e al suo asse viario principale (via Alessandrina), fatta tracciare attorno al 1570 e lunga più di 400 metri poiché collegava l’area urbanizzata nel Foro di Traiano con la Basilica di Massenzio, che a quel tempo si credeva fosse il Foro della Pace. Come “Cardinal Nepote”, il Bonelli promosse infatti, nel corso degli anni ’80 del XVI secolo, la bonifica di tutta la vasta zona soggetta ad impaludamento (da cui il toponimo di Pantani) compresa tra la Colonna Traiana e la Velia, con la riattivazione della Cloaca Massima e poi con la stesa di un potente interro che rialzò e uniformò il livello rispetto al ristagno delle acque. Una esigua documentazione di queste case realizzate tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, è stata individuata negli archivi del Comune di Roma e consiste in immagini fotografiche che ne mostrano l’aspetto prima della demolizione, mentre gli ultimi abitanti le abbandonano (C) o, in altri casi più fortunati, in disegni che riportano piante e prospetti (D).E) Per l’apertura della nuova via dell’Impero (ora via dei Fori Imperiali) è stato distrutto il quartiere (E) e le operazioni di scavo (1998-2000) hanno permesso di rimettere in luce, mediamente a 2-3 mt sopra la quotapavimentale del piano antico e per una superficie di circa 800 mq, i piani terreni e le cantine di queste abitazioni comprese nel perimetro dell’isolato delimitato dalle vie Alessandrina, Bonella e del Priorato, demolito nel 1932. Successivamente gli scavi hanno indagato i livelli relativi all’abbandono e alla frequentazione medievale dell’area: questi strati hanno restituito i più importanti reperti architettonici marmorei pertinenti agli alzati dei complessi forensi. A partire dall’età medievale essi vennero progressivamente destrutturati e, alla fine del X secolo, l’area dell’antico Foro di Traiano venne gradualmente urbanizzata fino ad assumere, nel XIII secolo, l’aspetto tipico dei quartieri residenziali basso medievali, con le case a più piani allineate a schiera lungo gli assi stradali che vissero fino all’impaludamento della zona e al recupero della stessa grazie all’intervento del cardinal Bonelli. Oggi, il tratto superstite della strada appare decontestualizzato dal suo originario e popoloso tessuto abitativo e il suo tracciato superstite divide le aree archeologiche dei Fori di Augusto, di Nerva e di Traiano rendendone difficile la comprensione: sui due lati della via si affacciavano infatti chiese e abitazioni oggi scomparse e la via costituisce solo un punto di vista unico e suggestivo per ammirare i resti degli antichi complessi architettonici.

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CHIESA DI SAN BASILIO AL FORO DI AUGUSTO RIONE MONTI (ROMA)

Chiesa San Basilio al Foro di Augusto, a via dei Fori Imperiali, Rione Monti, Roma, scomparsa, era all’inizio solo un piccolo oratorio, privo di aperture e probabilmente adibito inizialmente a convento, appoggiato sui muraglioni del Foro di Augusto. La chiesa di San Basilio e il convento furono edificati a partire dal IX nell’abside del Tempio di Marte Ultore. Successivamente il piano pavimentale della chiesa fu abbassato fino al livello del pavimento antico, e nella muraglia verso la Suburra, venne praticata un’apertura che consentiva l’accesso dalla strada. Non si sa quando, la chiesa sia stata dotata anche di un campanile, costruito sull’architrave che ancor oggi unisce le tre colonne del tempio rimaste in piedi, e sulla muratura superstite della cella templare, in luogo del secondo piano colonnato del tempio di Marte. A tal proposito è interessante una veduta del Piranesi del 1756. Probabilmente la chiesa di San Basilio, costituisce uno dei primi insediamenti medioevali nella zona del foro, in un momento in cui a seguito del terremoto del V secolo, sia il foro di Augusto che il Tempio di Marte Ultore erano parzialmente crollati, e gli spazi interrati nella palude e pieni di rovine, non a caso infatti, l’arco che qui si trova si chiama, appunto, Arco dei Pantani, pertanto questo primo insediamento medioevale venne anche definito come Foro di San Basilio. La chiesa di San Basilio era affidata ai monaci basiliani, con annesso convento e cimitero, cimitero che aveva fatto dare alla chiesa anche il nome di Chiesa di San Basilio “in scala mortuorum”, per via di una scala che portava al sotterraneo cimitero. Poi si chiamò Chiesa di San Giovanni, ovvero dal XIII secolo la chiesa e il convento dei Basiliani passarono in possesso del ramo ospitaliero dei Cavalieri di san Giovanni. Di questo passaggio non si conoscono i modi e i tempi esatti, probabilmente il nome dovette derivare per la vicinanza con il palazzo dei Cavalieri Gerosolimitani. Il complesso poi passò alla metà del’500 alle suore domenicane che vi ricavarono una chiesa dedicata alla Santissima Annunziata, ma con l’apertura della via dei Fori Imperiali nel 1932, la chiesa di San Basilio scomparve, e della Chiesa della Santissima Annunziata rimane solo un bel portale all’Arco dei Pantani. In questa area si trova la casa dei Cavalieri di Rodi e la moderna Chiesa di San Giovanni. La perdita della Chiesa di San Basilio, e della successiva chiesa della Santissima Annunziata, è stata la perdita di una delle 20 abbazie più antiche di Roma.

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VIA DELLA CONSOLAZIONE … ERA LA STRADA PIU’ BELLA DEL MONDO …

“Quella della carenza di aree pedonali a Roma è infatti un problema che si protrae da tempo. Il primo a promuovere la chiusura di spazi alle macchine per renderli più usufruibili alla cittadinanza fu il sindaco Giulio Carlo Argan, eletto nel 1976 come indipendente nelle liste del Partito Comunista. Fu lui a pronunciare la frase: “o i monumenti, o le macchine”.

Nel 1980 il suo successore, il sindaco del PCI Petroselli, fece demolire via della Consolazione, una strada che collegava via dei Fori Imperiali con piazza della Consolazione, e che divideva il Campidoglio dall’area del Foro. Fu sempre Petroselli a far chiudere al traffico veicolare  l’area fra il Colosseo e l’Arco di Costantino, rendendola la prima area pedonale d’Italia, e a promuovere le prime domeniche di chiusura al traffico di via dei Fori Imperiali, andate poi avanti fino ad oggi.” … ???

 

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Allestimento delle Tabernae e passerella pedonale di Campo Carleo ai Mercati di Traiano

La Passerella

La realizzazione della nuova passerella di Campo Carleo trova la sua ragione d’essere e la sua coerenza complessiva nella volontà di qualificare, oltre che di rendere fruibile e accessibile anche ai visitatori con ridotte capacità motorie, un importante percorso urbano, ancor prima che museale, dell’area dei Fori Imperiali a Roma: quello che connette via dei Fori Imperiali al Rione Monti. In un contesto caratterizzato dalla presenza di importanti resti archeologici si è scelto di esplicitare l’identità contemporanea del nuovo manufatto e dunque la sua differenza rispetto al monumento. Questa strategia progettuale si è tradotta nella volontà di rendere l’intervento autonomo dal muro romano, sia fisicamente – la passerella si distacca dal monumento garantendo la continuità della muratura romana – che architettonicamente: in risposta alla massività tridimensionale e all’imponenza tettonica dei resti con cui si confronta, la passerella assume l’aspetto di una superficie leggera, un oggetto mutante, capace di instaurare un dialogo serrato con il monumento, divenendone sottile e silenzioso commento. Realizzata in lamiera di acciaio Cor-ten la passerella si pone in continuità cromatica rispetto alla muratura romana; viceversa il leggero parapetto, realizzato in cavi di acciaio inox, garantisce la totale visibilità prospettica del monumento.

L’allestimento 

L’intervento ha perseguito una duplice finalità: la prima orientata alla tutela e alla conservazione del Monumento, la seconda alla rifunzionalizzazione del percorso di visita del Complesso Museale dei Mercati di Traiano. Nelle intenzioni del Comune di Roma e della Sovrintendenza ai Monumenti la via Biberatica dovrebbe diventare, dopo anni di abbandono ed incuria, un percorso urbano a libera fruizione, ma al tempo stesso anche un percorso museale ed espositivo.

L’intervento si pone come obiettivo primario quello di garantire la fruibilità totale dell’area archeologica, e la possibilità di comprendere il monumento nella sua struttura morfologica originaria e nelle trasformazioni successive. Oltre agli interventi di restauro conservativo e a quelli di rifunzionalizzazione – ovvero l’inserimento di info point e di servizi igienici – si sono resi necessari alcuni interventi di reintegrazione quali il rifacimento del piano pavimentale di tutte le tabernae – lasciato incompiuto dagli interventi degli anni ’30 – e la ricostruzione di un portale romano, tamponato in epoca moderna.

Nella convinzione che quando si restaurano monumenti antichi sia necessario confrontarsi con l’immagine e la struttura del manufatto su cui si agisce, il progetto ha ricercato un confronto serrato con il monumento; l’intervento non mira dunque ad un’improbabile mimesi, al contrario, definisce una nuova immagine per il monumento stesso, cercando di rivelarne la intima struttura.

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ER GREVETTO DE LI MONTI

Tutti al rione Monti si ricordano ancora la strepitosa avventura di Nino, facchino alla stazione e famoso «grevetto».

Che cosa vuol dire grevetto? Il «greve» a Roma era un duro, uno che ci sapeva fare sia di lingua che di coltello, un uomo di fegato, insomma, che non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno. Attaccabrighe, violento, sfottente, e
«de core», Nino era l’eroe del rione, il capoccia, «er più». Robusto, muscoloso e bello di viso, Nino, già dall’età di sedici anni s’era messo a fare l’amore con Clementina, una giovane trasteverina rimasta orfana da piccola. Si sa che le romane sono le donne più belle del mondo; le trasteverine poi non temono confronti. Nino voleva molto bene a Clementina, le faceva le serenate cantando sotto la sua finestra:

«Fiore d’erbetta!
Ce so’ venuto da li Monti apposta
Per venirti a trovà, garofolettal».

E Clementina da dietro le persiane gli rispondeva:

«L’amore mio è riccio de capelli,
e de velluto porta li suoi panni!
Ha fatto innamorà li sette regnil».

Clementina era orgogliosa di Nino perché per una romana de Roma era un punto d’onore essere la ragazza di un grevetto. Nino camminava spavaldamente per il rione traversando con boria via di Tor di Conti, scendendo per via dei Serpenti a testa alta, l’occhio vivo e il coltello in tasca. E chi gli poteva dire niente? Il coltello faceva il buono e il cattivo tempo, era l’arbitro in ogni disputa e di ogni scontro. Il greve se lo tastava spesso per sentire se c’era sempre in tasca e di quando in quando lo tirava fuori, lo apriva, lo lustrava e magari lo baciava pure dato che sulla lama lucente c’era scritto «Clementina». Perché allora c’era l’usanza per cui appena una ragazza si metteva a fare l’amore, la prima cosa che regalava al suo ragazzo era il coltello.
Tutto andava per il meglio finché vicino alla casetta di Clementina vennero ad abitare tre fiumaroli, tre fratelli grossi come tre armadi che trasportavano le merci sulle chiatte del Tevere e vennero subito battezzati «li Massiccioni».
Il più grande dei tre Massìccioni, un certo Attilio, si prese una cotta terribile per Clementina. In principio la ragazza non ci fece caso, anzi, prendeva in giro il tipo, ma lui niente!
Quando incontrava Clementina, Attilio si metteva a cantare stornelli che dicevano più o meno così:

«C’avete l’occhio nero e brillantino
Fate calà gli amanti de lontano…
Considerate quelli da vicino!!
Quando ve guardo parete ’na stella!
Sentite er core mio come me balla!
Più v’arìmiro e più parete bella».

Clementina non dava peso a questi complimenti, finché un giorno per una ragione banalissima litigò con Nino. Una parola tira l’altra, sapete come è tra innamorati focosi e attaccabrighe, insomma ne venne fuori una litigata con i fioc-
chi e i due si lasciarono. Nino cercò di fare la pace ma Clementina per puntiglio non ne volle più sapere, anzi, per dispetto, si mise con Attilio er Massìccione. Nino a questo punto non batté ciglio. Un greve è un greve: ha tutto un codice d’onore da rispettare. Non si sarebbe mai sognato di pregare una donna. Clementina non ci voleva più stare? Affari suoi. Lui, certo non l’avrebbe pregata! Nino non regava nemmeno i Santi del Cielo, figuriamoci le ragazzacce di Trastevere! !! E’ già uno sbaglio scegliersi una donna che non è del proprio rione…

Nino continuò a fare la solita vita: di giorno lavorava alla Stazione, la sera andava all’osteria con gli amici a fare bisboccia, a giocare a zecchinetta o alla passatella. La passatella, si, che è un gioco serio. Consiste nel pagare un tanto a testa per il vino tra tutti i giocatori, poi nel mettere il vino insieme senza toccarlo e fare la conta. La persona che esce dalla conta deve eleggere i Regnanti, cioè il Padrone e il Sotto: sono loro che decidono chi deve bere e chi no. Chi non beve viene chiamato «ormo» e ci resta così male da covare vendetta per tutta la vita. La passatella è un impasto di prepotenza, di camorra e di vendetta, il tutto retto però dalla sorte perché è la Conta (cioè chi è estratto a sorte), che elegge i Regnanti, quelli che comandano il gioco. Per quanto riguardava i suoi affari di cuore, Nino si tolse solo la soddisfazione di andare sotto la finestra di Clementina a cantare questa strofetta:

«Bella, non t’affaccià se io te saluto;
voglio che senta tutto er vicinato:
è vero er vecchio detto che ho saputo:
è meglio solo che male accompagnato!».

Passò un po’ di tempo e ai Monti si cominciò a mormorare che il Massiccione faceva il magnaccia e che Clementina era finita a battere il marciapiede. Nino ricominciò a circolare per Trastevere. I suoi amici lo sconsigliarono, ma
lui, testardo, ci tornava sempre. Finché una sera al Vicolo del Moro vide il Massiccione che stava picchiando Clementina. Nino si fece sotto e afferrò il braccio di Attilio. Quello si rivoltò come una bestia: «Che volete? Che ve mettete in mezzo? So’ fatti vostri? La conoscete, forse?!», disse roteando gli occhi.
«Non la conosco e non la voglio conoscere», disse Nino, «ma uno che picchia una povera ragazza è solo che uno schifoso.»
«Schifoso a me?», fece il Massiccione rosso paonazzo.
«Schifoso una e tre volte», ripeté calmo Nino, fissando il Massiccione dritto negli occhi.
Era fatta: il Massiccione sfoderò il coltello mentre Clementina si acquattò contro il muro, terrorizzata.
Nino si arrotolò la giacca intorno al braccio sinistro a mo’ di scudo e si avventò contro il Massiccione che rispose con impeto uguale. Si bloccarono reciprocamente, si disarmarono continuando a lottare selvaggiamente con le mani nude. Nino ebbe la meglio e picchiò tanto il Massiccione da lasciarlo steso per terra mezzo rintronato. Poi si dileguò.

Passò una settimana. Una mattina Nino uscì di casa come al solito molto presto; per le strade non c’era nessuno: tutto era calmo ma come svoltò l’angolo di via della Polveriera si trovò davanti i tre Massiccioni, già pronti in camicia, senza il corpetto e col coltello sfoderato in mano. C’era poco da scherzare… Rapido come il lampo Nino si voltò e cominciò a scappare. Un grevetto che scappa, direte voi?! Ma state a sentire.
Nino rigirò per via Fagutale, svoltò a San Pietro in Vincoli e li si acquattò contro il muro. Arrivò prima Attilio ansimando e Nino lo fece secco col coltello. Poi afferrò un sasso e lo scagliò contro il secondo. Nell’attimo in cui Nino senti il sasso battere contro la testa del suo avversario, senti pure il terzo Massiccione buttarglisi addosso.
Nino si prese una coltellata al fianco ma l’altro restò per terra, in un lago di sangue… La chiesa era ancora chiusa e Nino non potè rifugiarvisi, così scappò col sangue che gli colava giù dal fianco. Correndo scese verso il fiume e arrivò
zoppicando al porto di Ripetta. Li c’era un compare suo che era capobarcarolo. Nino saltò dentro la barca e pallido come un morto gli raccontò tutta la storia.
Il compare lo nascose nella barca che stava per partire. Gli disse che la sua posizione era molto grave: «Tu sei in mezzo agli impicci. Li gendarmi te possono arrestà dovunque. Te conviene nasconderti in campagna e aspettare che le acque si siano calmate. Hai tre morti sulla coscienza, mica uno…».
Il compare aiutò Nino, gli fasciò la ferita, gli dette pane e formaggio e lo lasciò al suo destino. Nino si nascose in una grotta e ci rimase per mesi e mesi.
Un giorno, mentre scendeva verso il fiume, Nino vide un piccolo gregge di agnelli ma non vide nessun pastore con loro né a destra né a sinistra. Cominciò a camminare carponi mezzo nascosto dalle piante perché aveva paura di essere scoperto e magari denunciato. Il suo aspetto era miserevole: era tutto stracciato, aveva la barba incolta e i capelli che parevano una foresta.
A un certo punto Nino sentì strillare: «Aiuto! Aiuto!». In mezzo al fiume c’era una giovane donna che agitava le braccia disperata. Nino, nuotatore provetto (e chi a Roma non impara a nuotare, a mare o a fiume? !), si tuffò e in un
baleno tirò su la donna più morta che viva. Come era bellal Aveva la pelle delicata e fine, i capelli biondi e lisci e il corpo di una dea. Nino l’asciugò e la mise al sole aspettando che aprisse gli occhi. Quando la donna si riprese, si spaventò un po’ ma poi ringraziò tanto Nino e gli chiese chi era. Nino le raccontò tutta la storia perché erano mesi che non parlava con un’anima viva e non gli parve vero di stare con una giovane donna così dolce e bella. Man mano che raccontava, tutta la rabbia contro Clementina, che si era tenuta in cuore per tanto tempo, sfumò e Nino nel raccontare si fece bello del suo coraggio e della sua astuzia. La donna lo guardava e stava zitta zitta.
Poi disse: «Aspettate qua». Si allontanò un poco e tornò da Nino.
«Ecco, prendete», gli disse e gli mise in mano un anello con tre pietre preziose montate molto stranamente e gli dette anche dei soldi.
«Ma chi siete?», fece Nino. «Non siete una pastora?»
La bella non rispose alle domande ma disse: «Questo anello porta fortuna. Ora che lo avete non dovete temere più niente. Se volete notizie di me trovatevi tra un mese, una settimana e un giorno davanti a Sant’Agata dei Goti, a mezzanotte».
Poi accarezzò la selva di capelli di Nino e scappò via. Nino si precipitò a Roma per godersi il Carnevale. Eh! Il Carnevale a quei tempi era una cosa seria! Erano feste che duravano giorni e giorni, scandite dalle battaglie di confetti, dalle mascherate e dalle corse dei cavalli. Via del Corso era il teatro di quest’orgia scatenata e buontempona e li passavano i carri addobbati in modo tale da riprodurre scene famose come gli amori di Bacco e Arianna, Marte e Venere, il Ratto delle Sabine oppure scene satiriche di finte battaglie con le maschere tradizionali e con mascherate inventate. Quando era notte fatta c’era la battaglia «de li moccoletti» durante la quale ognuno cercava di spegnere la candela del vicino.
Una sera mentre stava a Via del Corso a godersi lo spettacolo, Nino vide una signora bellissima che gli sembrava la pastora. Si mise a inseguirla tra la folla ma fu tutto inutile. Non la trovò. Ormai era innamorato cotto ma era sicuro che non l’avrebbe più rivista. Comunque quando fu il giorno stabilito, cioè dopo un mese, una settimana e un giorno che Nino aveva salvato la pastora dal fiume, il grevetto che era stato fino ad allora nascosto a casa di suo zio, si precipitò a Sant’Agata dei Goti a mezzanotte.
Non c’era nessuno, tutto era deserto: si sentiva solo l’acqua di una fontana che zampillava piano piano. Nino aspettò, aspettò e sentiva i rintocchi dell’orologio che battevano prima l’una, poi le due. Quando l’orologio batté le tre si senti il rumore di una carrozza. Nino saltò in piedi. La carrozza si fermò davanti a lui e aprì la portiera: un uomo tutto coperto dal mantello fece cenno a Nino di entrare. Nino non aveva paura e saltò su. Dopo un po’ si fermarono davanti a un grande palazzo. E chi c’era nel palazzo? C’erano le guardie, c’erano… Gli sbirri maledetti che saltarono addosso a Nino, gli misero le manette e lo buttarono in galera…

So’ stato tant’anni pe’ fabbricà’ ‘n castello
Per essere chiamato er castellano;
Doppo che l’ebbi fabbricat’e bbèllo
Le chiavi me levorno da le mano.
Rimasi come er pittor senza pennello,
E com’er cacciator senz’armi im mano;
Me fecero sortì’ da ‘no sportello.
Credevo d’esse’ vicino ero lontano,
Cosi semo io e lei, core mio bbèllo,
Semo tanto vicino e nun s’amarno.

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IL NINFEO DI VIA DEGLI ANNIBALDI

Il Ninfeo venne scoperto nel 1895 durante i lavori per il taglio della via omonima ed è oggi sezionato a metà dal muraglione di sostegno della strada.

In origine aveva una forma semiellittica, con una vasca al centro, ed era ornato da nicchie, delle quali quattro sono tuttora visibili; sopra clipei e lesene. Tutta la parete ricurva è decorata con un mosaico volutamente rustico; le lesene sono ornate da file di conchiglie piccolissime, mentre altre più grandi sono incastrate al centro.
Ugualmente sono sagomati capitelli e cornici; altre decorazioni sono in madreperla e smalto con frammenti di pietra pomice e brecce. Il monumento è databile tra la fine della repubblica e l’età di Augusto. Successivamente venne costruito il muro di rinforzo a mattoni, visibile sulla destra.Nel 1986, a cura della Ripartizione X del Comune di Roma, è stata eseguita una complessiva opera di risanamento delle pareti per fermare lo stato di degrado in cui si trovano le decorazioni.

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ASSOCIAZIONE ITALIANA AMICI DEL PRESEPIO

Museo del Presepio Tipologico Internazionale ingresso a via Madonna dei Monti angolo via Tor dei Conti, Roma, Rione Monti. Il Museo è curato dalla Associazione Italiana Amici del Presepio, fondata nel 1953, a cui aderirono 3000 soci, con lo scopo di mantenere viva la tradizione del presepio, anche con corsi presepistici, consistenti in lezioni pratiche, sulle diverse tecniche del presepio, dal gesso, al sughero, alla carta, al polistirolo, al modellaggio delle figure, alla scenografia. Vi è anche una rivista che si chiama “Presepio”. Nella sede vi è il “Centro Mondiale di documentazione presepistica” con un enorme archivio fotografico di 10 mila fotografie e una biblioteca di riviste specializzate italiane e straniere. Il Museo del Presepio è stato fondato nel 1967, raccoglie presepi e figuri anche di pregio storico e documentario di 29 paesi nel mondo, tra i quali: Argentina. Austria, Belgio, Brasile, Cecoslovacchia, Cile, Cina, Colombia, Ecuador, El Salvador, Francia, Messico, Palestina, Perù, Polonia, Portogallo, Spagna, Svezia, Svizzera, Ukraina, Ungheria. I presepi e le figure oltre 3 mila, sono una viva documentazione della interpretazione della Natività nei vari paesi del mondo e sono anche una dimostrazione dei materiali che si possono impiegare come : carta, cera, ceramica, conchiglie. Foglie di mais, gesso, latta, legno, marzapane, mastice, mollica di pane, paglia, piombo, stagno, stagnola, stoffa, sughero, terracotta, vetro, zucchero. Vi è inoltre anche una raccolta filatelica e numismatica ed una collezione di emblemi, monete, monete, placche, medaglie con i presepi di tutto il mondo, oltre a strumenti musicali popolari con i quali si accompagnavano le pastorali natalizie, e una documentazione storica sui tre Re Magi.

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ARA VIA SAN MARTINO AI MONTI 8

Via di S.Martino ai Monti nasconde anche un altro pezzo pregiato di Roma, questa volta ancora più antico: negli ambienti adibiti a cantine dell’edificio situato al civico 8  si trova infatti un altare, scoperto nel 1888, dedicato a Mercurio, divinità protettrice delle attività commerciali. L’ara in marmo costituiva probabilmente la base di una statua ed era sistemata su un alto podio preceduto da una piattaforma in blocchi di tufo con due scalette laterali. Sull’altare è presente la seguente iscrizione: “IMP CAES DIVI F AVGVST PONTIF MAXIMVS COS XI TRIBVNICIA POTEST XIIII E STIPE QVAM POPVLVS ROMANVS K IANVARIIS APSENTI EI CONTVLIT IVLLO ANTONIO AFRICANO FABIO COS MERCVRIO SACRVM“, ovvero “L’imperatore Cesare Augusto, figlio del divo Giulio, Pontefice Maximo, Console per l’undicesima volta, investito del potere tribunizio per la quattordicesima volta dedicò questo monumento con il denaro che il popolo romano donò il primo gennaio, mentre lui era assente, durante il consolato di Iullo Antonio e Fabio Africano. Consacrato a Mercurio”. L’altare venne dedicato quindi nel 10 a.C. per volontà dell’imperatore Augusto, che aveva ripristinato una tradizionale festività romana, le “Compitalia“, con i soldi offerti dal popolo romano proprio in occasione di questa ricorrenza dei primi del mese di gennaio. Nei crocevia delle strade, detti “compita” appunto, dove le strade “competunt” ossia “si incontrano”, venivano realizzati, fin dal periodo arcaico, altari dedicati ai “Lares Compitales“, divinità il cui compito era quello di sorvegliare e proteggere i confini dei campi. In ambito cittadino questi altari, posti negli incroci di maggiore importanza, si trovavano a suddividere i diversi quartieri e, durante queste festività, vi si svolgevano cerimonie officiate dal “Magister vici“.

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LA TORRE DEI CONTI (torre di avvistamento)

La torre dei Conti è una torre di medievale di Roma situata in largo Corrado Ricci, nel rione Monti, vicino ai Fori Imperiali sull’area di un antico tempio alla dea Tellas. Essa fu fatta erigere a Roma nel 1203 da Papa Innocenzo III per la sua famiglia, i Conti di Segni o secondo altre fonti da Riccardo conte di Sora, fratello di Innocenzo III. In passato era nota anche come Torre Maggiore per via della sua mole (l’altezza originaria doveva essere di circa 50-60 metri, contro i 29 attuali). Fu edificata sopra una delle esedre del portico del tempio della Pace, e rivestita con del travertino asportato dai fori. Oggi questo rivestimento non è più visibile perché a sua volta asportato per la costruzione di Porta Pianel XVI secolo. Diversi terremoti colpirono la costruzione nei secoli: in particolare a seguito del terremotodel 1348 la torre diventò inabitabile e fu abbandonata fino al 1620, quando fu ricostruita. Altri terremoti seguirono nel 1630 e nel 1644. Successive ristrutturazioni avvennero alla fine del Seicento sotto papa Alessandro VIII, con la costruzione dei due contrafforti di rinforzo. L’apertura di via Cavour a fine Ottocento e di via dei Fori Imperiali in età fascistalasciarono la torre in posizione isolata rispetto alle altre costruzioni.La sua mole colpì il Petrarca che la definì «Turris illa toto orbe unica».

AL SUO INTERNO IL Mausoleo di Alessandro Parisi

Nel 1937 la torre fu donata da Mussolini alla Federazione nazionale arditi d’Italia che vi rimasero fino al 1943. Nel 1938 il salone del tempio della Pace sulle cui mura perimetrali si sorregge la torre, fu adibito a mausoleo del generale degli arditi Alessandro Parisi, morto quell’anno in un incidente stradale. Nella sala, le spoglie del generale sono tuttora conservate in un sarcofago di epoca romana. Alessandro Parisi fu, dal 1932, anche presidente della Federazione Nazionale Arditi d’Italia.

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ANGELO PAGOTTO  “COME VAAA LEEEI ?”   Un Angelo vola su Monti

“Come vaaa lllei? Come vaaa lllei?” Era un saliscendi di note che rimbombava per i vicoli. Una cantilena folle e geniale. Chi l’ha ascoltata sa cosa fosse Monti, il rione più antico di Roma, prima del nuovo millennio, prima della fine. “Come vaaa lllei?” L’uomo che ripeteva il ritornello allo sfinimento, intrecciandolo a qualche commento indimenticabile, veniva dal nord e si chiamava Angelo. Viveva in un’automobile parcheggiata in vicolo dei Serpenti e del suo passato non parlava. Si diceva che il motore in panne lo avesse abbandonato lì, durante la sua fuga da un amore perduto, spingendolo a passare il resto della vita nel cuore dell’antica Suburra. Difficile sapere la verità. Certo è che nessuno come lui – non romano, non omologabile, straniero per eccellenza – seppe rivelare l’anima di questo rione, mentre i vecchi abitanti venivano sfrattati e i nuovi ancora tentavano di adeguarsi. Gironzolava ciondolando per le strade e apostrofava con battute caustiche chi non trovava di suo gradimento. Era difficile resistergli. Quando morì, i Monticiani inondarono la chiesa, il feretro fu accompagnato per i vicoli. In piazza Madonna de’ Monti, per giorni le candele furono accese sotto il muro che lo piangeva come un figlio.Il motivo dell’ospitalità che gli offrì quel piccolo paese che allora era il rione potreste ancora scoprirlo, domandando in giro. Tita, la verduraia, lo aiutava a lavarsi e sa ogni cosa. Chiedete a lei. Non la troverete più in piazzetta, però. Da un po’ di anni è stata costretta a spostarsi qualche decina di metri più in là, su via dei Serpenti, e ha avuto anche fortuna. Perché l’invasione di negozi, boutique, baretti e club è stata devastante. Orde di modaioli e nottambuli, hanno trasformato Monti in un intrico di vie di struscio identiche a qualsiasi centro cittadino del mondo globale e forse, assieme a Angelo, la comunità rionale capace di uno spirito estraneo a qualsiasi codificazione, è scivolata via per sempre. Gli abitanti del quartiere ultimamente gli avevano regalato con una colletta una Fiat Tipo dove potesse dormire, parcheggiata sotto l’abitazione dei Napolitano, in via dei Serpenti. Quando Giorgio Napolitano fu eletto presidente della Repubblica, la polizia la portò via per “ragioni di sicurezza” ma la signora Clio gli procurò un furgoncino nuovo e in quello ha dormito fino all’ultimo. E’ morto il 23 ottobre 2009 e subito la gente è andata dal parroco: “Dobbiamo fargli un bel funerale”. Alla messa c’era mezzo quartiere.

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SAN MARTINO AI MONTI ED I SUOI SOTTERRANEI

Uno degli esempi più belli ed affascinanti di ciò che possiamo trovare al di sotto di una delle chiese più note di Roma à quello del Titolo Equizio, che si à conservato nei sotterranei della Basilica di S.Martino ai Monti al Colle Oppio.
La chiesa si trova nella zona, che al tempo della Roma Serviana era stata chiamata Esquilina, ossia la Terza Regio, dedicata agli dei egizi Iside e Serapide, secondo la divisione dei quartieri fatta all’epoca di Augusto.
Quest’area venne interessata dalla costruzione della Domus Aurea dell’ imperatore Nerone, nonchè dalle strutture imponenti dele Terme di Tito e di Traiano, di cui alcuni resti, come le Sette sale, sono tuttora visibili. Sappiamo della presenza di un piccolo specchio d’acqua, il lago di Orfeo, che doveva trovarsi all’inizio del ‘Clivo Suburrano, che corrisponde all’odierna Via dei Selci, che insieme al ‘Vicus Sabuci’ (Viale del Monte Oppio) costeggia le mura della Basilica. Entrando nella chiesa, le cui bellissime decorazioni risalgono alla metà del 1600, si percorre la navata centrale fino alla scalea, che scende nella cripta al di sotto dell’altare. Da quest’ambiente, attraverso una porticina sulla sinistra, che certo non preannuncia ciò che si troverà oltre, si scende un’ulteriore scala e ci si trova finalmente all’interno di quello definito col nome di ‘Titolo Equizio.(Con il nome Titolo si indicano le più antiche basiliche paleocristiane) Si tratta di un grande ambiente rettangolare in laterizio, suddiviso in tre navate da sei pilastri. ed è evidentemente un edificio romano databile intorno al III sec. facente parte del vicino complesso termale ed adibito successivamente ad utilizzi di tipo commerciale: un mercato coperto, forse o più probabilmente un magazzino. Alla fine del III sec. inizi del IV, venne poi riutilizzato per il culto cristiano.
Fu Papa Silvestro infatti a fondare il Titolo Equizio sistemando il locale secondo le esigenze del rito cristiano e per le riunioni della comunità di questa zona della città. Un’ accesa controversia è sorta tra gli archeologi e gli storici per comprendere il perchè della scelta e dell’utilizzo di questi locali ed in questa zona.Alcuni storici credono che l’edificio venne utilizzato proprio perchè si trovava al centro di un quartiere in cui fiorivano ancora culti orientali pagani, quali il mitraismo ed il culto di Iside e Serapide, contro cui i Cristiani si battevano e che potevano essere contrastati proprio dalla presenza del Titolo. Presto questa struttura divenne un punto di ritrovo importantissimo per la chiesa cristiana, che proprio in questi anni si andava ad organizzarsi ‘burocraticamente’, in modo da poter raggiungere in maniera capillare tutte le comunità romane.Sappiamo che in queste sale si tenne il Sinodo del 499 e quello del 595, che aprono un’altra questione piuttosto dibattuta in merito al nome dato al Titolo. Infatti, mentre nel primo Sinodo il nome del Titolo erà Equizio, nel secondo diventerà ‘S. Silvestro, creando il dubbio che si potesse trattare di due differenti Titoli. In realtà, nell’arco di tempo trascorso tra un Sinodo e l’altro si nota una cristianizzazione dei nomi dei luoghi di culto e dunque si tratta, senza dubbio, dello stesso Titolo indicato con due nomi diversi.Simmaco amplierà il Titolo nel VI sec., includendo nell’edificio un’interessante e curiosa cavea del III secolo, scoperta fortuitamente nei lavori di restauro del 1930 e la cui utilizzazione rimane ancora un mistero. Ulteriori lavori furono eseguiti ad opera di Sergio II (IX Sec.), che ordinò la costruzione della Basilica soprastante e contemporaneamente lo restaurò abbellendolo. I pilastri, che dividono l’ambiente, vennero rinforzati ed ampliati in seguito al restauro e all’ingrandimento dell’edificio soprastante il Titolo (XIII Sec.). Nel 1637 il Priore Antonio Filippini adattò uno dei locali del Titolo a cappella dedicata in onore di S.Silvestro.Si respira un’aria davvero suggestiva camminando tra le stanze dell’edificio, cercando di immaginare gli antichi riti cristiani e la fede di questa gente che proprio in quegli anni, ossia dall’Editto di Costantino (III Sec.), poteva finalmente officiare apertamente la propria fede. Alcuni frammenti di pittura (IX Sec.) sono ancora leggibili sulle volte del soffitto: scene di Santi con la Madonna e Gesù, nelle tipiche movenze e nei vestiti sgargianti che ritroviamo tipici dell’arte Bizantina. Alcune zone del pavimento, però, hanno restituito frammenti di mosaico a tessere bianche e nere, che insieme a motivi ornamentali affrescati su alcune delle volte, sembrano risalire agli inizi del III sec. quando l’edificio era ancora adibito ad usi commerciali.I resti, molto rovinati di un mosaico parietale, che raffigura Simmaco ai piedi di S. Silvestro, sono tutt’ora conservati al di sopra di un’altare realizzato durante i lavori di restauro del XVII Sec., che con i suoi angioletti in stucco, tanto stona con l’atmosfera austera e rigorosa del Titolo.

Basilica di S. Martino ai Monti
dal Sito per i  Sotterranei di Roma
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DON PIETRO PAPPAGALLO
«Sacerdote della Diocesi di Roma, durante l’occupazione tedesca collaborò intensamente alla lotta clandestina e si prodigò in soccorso di ebrei, soldati sbandati, antifascisti ed alleati in fuga dando loro aiuto per nascondersi e rifocillarsi. Tradito, fu consegnato ai tedeschi, sacrificando la sua vita con la serenità d’animo, segno della sua fede, che sempre lo aveva illuminato.»— Roma, 24 marzo 1944 Quinto di otto fratelli, nacque a Terlizzi, in provincia di Bari, in una famiglia di modeste condizioni economiche: il padre, cordaio, fabbricava le funi con canapa, iuta e giunco; la madre, casalinga, intuisce ed asseconda la precoce vocazione del ragazzo.Collaborò inizialmente con la sua attività di garzone nella bottega paterna, poi la madre gli consentì di entrare in seminario, dando, con la cessione di beni immobili che le appartenevano, la “rendita sacerdotale”, a quei tempi necessaria per chi intendeva diventare prete.Pietro fu ordinato sacerdote il 3 aprile 1915, Sabato Santo, e il giorno seguente, Pasqua di Risurrezione, distribuì l’immaginetta-ricordo della sua prima messa, sulla quale volle trascrivere la preghiera al “Dio delle misericordie”, al “Re pacifico”, composta da Benedetto XV per implorare la pace.Trascorse i primi dieci anni della sua vita sacerdotale nella cura pastorale di un convitto nella diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi e, successivamente, del seminario “Pio X” di Catanzaro.Giunto a Roma nel 1925, don Pappagallo fece parte del Collegio dei Beneficiati della Basilica di Santa Maria Maggiore e fu padre spirituale delle Suore Oblate del Santo Bambino Gesù di via Urbana; fu anche vice parroco della Basilica di San Giovanni in Laterano e segretario del cardinale Ceretti.Durante l’occupazione tedesca, il sacerdote si impegnò nel fornire aiuto a soldati italiani sbandati, partigiani, alleati, ebrei ed altre persone ricercate dal regime.Il 29 gennaio 1944, don Pietro fu arrestato dalle SS, dopo la delazione da parte della spia Gino Crescentini[1], fintosi un fuggiasco in cerca di rifugio presso il sacerdote; lo scopo era eliminare una figura di spicco del Fronte Militare Clandestino e della resistenza romana. Alcuni testimoni hanno riferito che, anche durante il periodo della prigionia, don Pappagallo condivise il proprio pasto con altri detenuti che non avevano ricevuto cibo.Condannato a morte, fu l’unico prete cattolico a essere ucciso il 24 marzo 1944 alle Fosse Ardeatine: «all’ingresso delle cave dalla lunga fila in attesa della fucilazione si alza un grido, da uno che ha visto la sua veste nera: “Padre, benediteci!”. Racconterà un superstite che “don Pietro, che era un uomo robusto e vigoroso, si liberò dai lacci che gli stringevano i polsi, alzò le braccia al cielo e pregò ad alta voce, impartendo a tutti l’assoluzione” Morte a Roma. Il massacro delle Fosse Ardeatine, Roma 1968

Pietra d’inciampo dedicata a don Pietro Pappagallo

Il 9 gennaio 2012, sul marciapiede di fronte alla sua casa di Roma in via Urbana 2, è stato collocato un sampietrino con targa in metallo, nell’ambito del progetto Stolperstein “pietra d’inciampo”[3] che ricorda i deportati dai nazisti nel luogo in cui sono stati prelevati.